Najla: «I miei genitori mi perseguitano, ma voglio vincere nell’atletica»

Najla ha un talento innato per l’atletica. E l’ostinazione di chi può diventare una campionessa. «Voglio vincere, anche se mi dicono che diventare famosa può essere pericoloso per me». Najla Aqdeir, 22 anni, vive in una comunità protetta a Milano. È stata allontanata dai suoi genitori, padre libico, ex guardia del corpo di Gheddafi, madre marocchina, sarta con ambizioni da stilista. Era una figlia sbagliata proprio perché voleva correre.

Una storia che sembra una fiction

La sua è una storia che sembra una fiction, e purtroppo non lo è. Najla arriva in Italia a 11 anni. A scuola prova le prime corse campestri, sbaraglia subito le avversarie. I genitori non si oppongono. «Anzi, erano contenti perché correvo con la tuta, così portavo il messaggio dell’islam che vince». A 14 anni partecipa al titolo nazionale cadette di cross. È seconda, a un metro dalla vincitrice. È una gara importante, viene trasmessa in tv. «Mio padre non la guardava mai, ma quella volta sì. Quando tornai a casa era furibondo, mi aveva visto in pantaloncini corti e canottiera. Non lo accettava».

Il precipizio

È l’inizio dello sprofondare nel precipizio. «L’atletica divenne un problema. Don Samuele, il parroco dell’oratorio che ci dava una mano, aveva convinto i miei a farmi continuare. Ma non era semplice». L’anno dopo, con allenamenti spezzettati, non si conferma agli stessi livelli, eppure arriva sesta alla finale nazionale. Quando ha ancora 15 anni, la madre la porta in vacanza in Marocco. È una scusa, ha combinato per lei un matrimonio. «Lui aveva 39 anni, l’avevo visto solo una volta. Chiamai il mio allenatore e don Samuele, mi comprarono un biglietto aereo. Riuscii a scappare il giorno delle nozze. A mio padre spiegai che non era l’uomo per me».

«Mi picchiavano»

Diventa sempre più complicato restare a casa. «Non mi facevano uscire, mi picchiavano. Una notte presi tutte le pastiglie che trovai, la mattina dopo iniziai a vomitare». Viene ricoverata, per 8 giorni è in coma farmacologico, in ospedale resta un mese. «Mentre ero incosciente, mia madre mi sputò addosso. Io non me ne accorsi ma venne ripresa dalle telecamere». Il primario dell’ospedale chiede l’intervento degli assistenti sociali. Najla viene trasferita in comunità. «Mi sentivo come in un carcere, anche se di cristallo. Temevo di fare una brutta fine».

L’atletica

Ancora una volta si affida alla corsa. «Al campo di atletica del 25 Aprile sento il tecnico Aldo Maggi spiegare che gli ostacoli non si saltano, ma si affrontano e si superano. Pensai a cosa avevo passato io. Decisi di provarci». Quarta ai campionati nazionali promesse sui 400 ostacoli, un’incursione negli 800 metri perché glielo chiede la sua squadra, l’Atletica Bracco. «Ma sulle distanze più lunghe non riuscivo ad andare bene, mi costringevano a pensare troppo». I genitori nel frattempo sono tornati nei loro paesi. Ma non si sono rassegnati. «Mia madre più di una volta ha scoperto dov’ero e ha cercato di colpirmi. A una gara a Jesolo sono dovuta scappare sulle tribune. Denunciavo tutto, ma mi rispondevano che non avevo prove».

Bigliettini

Così Najla è costretta farsi furba. Porta sempre con sé dei bigliettini con il suo numero di telefono. «Una volta mia madre mi inseguì in metropolitana a Milano e io li lanciai, gridando a tutti di aiutarmi». Un pensionato se ne accorge e testimonia che c’erano davvero un uomo e una donna dietro di lei. Da quel momento, ogni volta che la madre rientra in Italia, la polizia l’avvisa di stare in guardia. Najla sta provando a riprendere una vita normale. È fidanzata, si alza al mattino alle 5 per andare a fare la baby-sitter. E non ha rinunciato ai suoi sogni da campionessa. Ha scritto ai più importanti allenatori del mondo, finché non gli ha risposto Juan Miguel Landa, il tecnico spagnolo sposato con l’ex primatista cinese Liu Dong. Si è pagata il viaggio, è stata due mesi e mezzo nel centro che gestiscono a Madrid. «C’erano atleti fortissimi, piangevo dalla fatica. Ho perso otto chili». Liu Dong le ha consigliato di provare con i 3.000 siepi, ed è diventata la sua allenatrice a distanza. Un mese fa la prima uscita, più che promettente. Il 2 luglio, agli assoluti di Trieste, si è migliorata di quasi 20 secondi. Lei ci crede: «Voglio riuscire a tutti i costi, so che posso farcela». Non è, evidentemente, solo una sfida sportiva.

fonte Corriere.it

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