Corte europea: Vietare il Niqab non viola i diritti umani

Fino a che punto la nostra libertà non limita quella dell’altro? Vietare di indossare il velo integrale, il niqab, che copre testa e corpo lasciando visibili solo gli occhi, alle donne musulmane è giusto o sbagliato? Viola la Convenzione europea dei diritti dell’uomo? La risposta della Corte di Strasburgo è no.

Il dibattito si è acceso in questi anni in diversi paesi europei che hanno vietato alle donne musulmane di entrare in luoghi pubblici, come parchi e strade, con il volto coperto, per ragioni di sicurezza.

È proibito indossare abiti che nascondano la propria identità.

La Francia è stato il primo stato ad adottare questo provvedimento nel 2010, seguita dal Belgio dove la legge, approvata dalla Camera Bassa del Parlamento belga, praticamente all’unanimità, nell’aprile del 2010 ed entrata ufficialmente in vigore nel luglio del 2011, dopo il via libera del Senato, ha scatenato diverse polemiche tra cui il ricorso di tre donne di religione musulmana: due di origine belga e una marocchina. Tutte si sono schierate contro le leggi municipali e nazionali introdotte nel 2008 e nel 2011 definendole «una sproporzionata intrusione dello Stato nella sfera dei diritti individuali come la libertà di espressione e di religione».

Secondo i giudici europei il provvedimento «può essere considerato proporzionata con il fine di garantire la convivenza e la socialità». E hanno aggiunto che «adottando questo divieto lo Stato belga ha voluto rispondere a una pratica considerata incompatibile nella sua società con la comunicazione interpersonale e con la costruzione di relazioni umane, indispensabili per la vita collettiva».

Delle tre donne che avevano fatto ricorso, la cittadina belga Samia Belcacemi, 36 anni, aveva rischiato l’arresto ed era stata multata mentre la cittadina marocchina Yamina Oussar, 44 anni, aveva scelto di non uscire più di casa dopo l’entrata in vigore della legge, sottolineando come il divieto avesse «cambiato profondamente la vita sociale e privata». La belga Fouzia Dakir, che aveva impugnato il regolamento comunale, è stata invece risarcita con 800 euro per le spese legali. Il Tribunale di Strasburgo  ha infatti condannato il Belgio perché il Consiglio di Stato belga aveva applicato un «eccesso di formalismo» nel respingere il ricorso della donna.

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