Trovati resti di 300mila anni fa in Marocco dell’ Homo Sapiens

Dal viso “avrebbe potuto essere confuso con uno di noi” scrivono gli scopritori di quel cranio fossilizzato cui sono stati attribuiti 300-350mila anni di età. Per i ricercatori si tratta dell’esemplare più antico di Homo sapiens, la specie cui apparteniamo. Il luogo in cui è stato ritrovato – il Marocco – costringe a rivedere la teoria dell’Africa dell’est come culla degli uomini moderni. Il record precedente (i 195mila anni di un sapiens ritrovato a Omo Kibish, in Etiopia) viene infatti infranto, e non di poco, dal ritrovamento di cranio, mandibola e un’altra ventina di ossa appartenenti in tutto a cinque individui a Jebel Irhoud, 100 chilometri a est di Marrakesch. Alla scoperta la rivista Nature dedica due articoli e un editoriale.

Secondo la teoria classica, la nostra specie sarebbe nata in Africa orientale intorno a 200mila anni fa. Da lì i sapiens si sarebbero diffusi nel resto del continente, poi in Europa fra 45 e 40mila anni fa, e infine nel resto del mondo. I resti di Jebel Irhoud rimettono in discussione questa ipotesi, almeno a metà. Teschio, mandibola e ossa ritrovati in Marocco a partire dagli anni ’60 ma datati con sicurezza solo oggi sono infatti già tipici dei sapiens per quanto riguarda la forma del viso. Ma non hanno ancora compiuto il salto di specie per quanto riguarda il cranio, che è ancora molto simile a quello degli Homo più primitivi.

La divergenza fra i tratti della faccia e una testa ancora allungata, non rotondeggiante come la nostra, ha ovviamente fatto accendere una discussione sul modo giusto di leggere questa scoperta. “La nostra storia più antica è un puzzle con pochissimi pezzi” spiega Stefano Benazzi, il paleoantropologo dell’università di Bologna che ha firmato uno dei due studi di Nature. “Abbiamo tracce delle specie più arcaiche rispetto al sapiens che risalgono a 400mila anni fa. Poi ci sono i reperti di Omo Kibish, con un buco di 200mila anni che oggi abbiamo almeno in parte colmato”. Benazzi, che prima lavorava al Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology dove la maggior parte dei resti è stata analizzata, si è occupato soprattutto dello studio dei denti ritrovati in Marocco. “Uno degli individui era un bambino di circa 7 anni e mezzo. La crescita molto lenta dei suoi denti indica che la cura parentale, fra gli individui di Jebel Irhoud, era più lunga rispetto alle specie precedenti. Una caratteristica unica dei sapiens”.

Quella trovata in Marocco è “probabilmente la più bella mandibola di Homo sapiens in Africa” commenta emozionato alla France Presse Jean-Jacques Hublin, il direttore del dipartimento di evoluzione umana del Max Planck che ha coordinato uno dei due studi di Nature. “La faccia di questi primi sapiens è la faccia di qualcuno che potremmo incontrare tutti i giorni nella metro” racconta. “I nostri nuovi dati rivelano che Homo sapiens non è nato in Africa orientale 200mila anni fa, ma si è diffuso nell’intero continente africano intorno a 300mila anni fa” sostiene.

Ma Giorgio Manzi, collega della Sapienza di Roma, è convinto di questa lettura solo a metà. “La differenza nello sviluppo del cranio non può essere sottovalutata. L’evoluzione del viso infatti è piuttosto duttile. Dipende dalle tecnologie usate per cacciare, dal tipo di alimentazione, dall’uso del fuoco per cuocere i cibi. E comunque vediamo che a questo volto manca il mento, che è invece una delle caratteristiche dei sapiens. Ma il vero salto di specie si ha solo con l’evoluzione del cervello, che è determinato da profondi cambiamenti genetici. L’uomo di Jebel Irhoud aveva ancora la testa allungata, a forma di palla di rugby. Quella dei sapiens invece è globulare”. I crani trovati a Omo Kibish e a Herto, sempre in Etiopia, 160mila anni fa, hanno una forma rotondeggiante simile alla nostra, con un volume che è solo leggermente inferiore agli uomini moderni (circa 1.200 centimetri cubi contro i 1.400-1.500 attuali). “Ma anche in Europa – spiega Benazzi – l’evoluzione parallela che ha portato dalle specie più antiche ai Neanderthal ha seguito lo stesso andamento. Prima è cambiato il viso, poi anche il cranio”.

Sapiens o no, l’uomo che viveva a Jebel Irhoud, ai margini di un deserto del Sahara molto meno arido rispetto a oggi, aveva imparato a cacciare con strumenti relativamente moderni: selci scheggiate, probabilmente unite a un manico. Il suo cibo preferito era la gazzella, ma nel sito marocchino scavato prima negli anni ’60 e poi ripreso in mano dagli archeologi a partire dal 2004, sono stati trovati anche i resti dei suoi pasti (cotti con il fuoco) a base di zebre, antilopi, gnu, lepri, molluschi, tartarughe e perfino istrici e serpenti.

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